Liberidiresistere

per non dimenticare

XXV Aprile a Canale. Intervento del dott. Calandri

calandriIl 25 aprile è sempre stata, per me, la più importante festa civile e madre delle altre, ad es. del 2 giugno. Spero sia così anche per voi tutti: una ricorrenza importantissima, la più importante.

            Perché la sento così tanto? Forse perché vivo da sempre in questa provincia, dove la tradizione è forte e la memoria resiste.

Non voglio fare qui una lezione di storia. Per di più a gente che non ne ha bisogno, che sa tante cose, che non dimentica. Fosse così anche nelle altre parti d’Italia! Fosse così tra i nostri governanti! I quali, invece, decidono se partecipare al 25 aprile solo in base alle polemiche e alle convenienze politiche, dimenticandone tutto il significato. Svilendolo al rango di sagra paesana.

         Sono convinto che noi non dimentichiamo anche perché ci siamo dotati di una “memoria di pietra” in ogni angolo del territorio: cippi, lapidi, monumenti, targhe di strade, a migliaia ci riportano ai “venti mesi” di guerra partigiana, ma anche a prima: alla moltitudine di giovani mandati dal fascismo in avventurose gite in terre vicine e lontane, alla conquista dell’Abissinia, a sostenere Franco nella guerra civile spagnola, sul fronte contro la Francia, in Africa, in Grecia, in Russia. E’ difficile dimenticare!

            E’ difficile dimenticare i nostri 9.700 soldati morti in combattimento e nelle prigionie della seconda guerra mondiale. E’ difficile dimenticare la nostra provincia dopo l’8 settembre 1943, brulicante di militari della 4ª Armata, qui sbandati, senza ordini, senza idea sul che fare, impossibilitati, in gran parte, a raggiungere le proprie case con l’Italia tagliata in due. E’ impossibile non pensare al dramma delle centinaia di ebrei qui giunti in cerca di salvezza, chiusi nel campo di Borgo San Dalmazzo e poi deportati ad Auschwitz. E’ altrettanto drammatico immaginare i nostri giovani di allora, disinformati, educati dal fascismo a non pensare, improvvisamente costretti a fare scelte esistenziali, vitali per sé e per il futuro del Paese. Pensare a quei mesi di fine 1943 in cui, da soli, debbono inventarsi la guerra partigiana per porre definitivamente fine al fascismo e cacciare il tedesco. Per questo la Resistenza è stata un vero miracolo, inimmaginabile a freddo.

            Ricordate, amici, Boves e le altre 70 stragi nel Cuneese di partigiani e civili, in rappresaglie e nei bombardamenti, dal Ceretto di Costigliole Saluzzo a Peveragno, da Barge a Bagnolo, da Panparato a Dronero, da Ceresole a La Morra, da Dogliani a Centallo e così via, fino, ancora a Narzole e a Genola negli ultimi giorni di aprile 1945?

            E’ difficile dimenticare che in quei 20 mesi sono morti 1905 partigiani, che 2432 furono le vittime civili, che 427 ebrei furono deportati nei lager e 406 non fecero ritorno. E nei lager finirono almeno 198 deportati politici: partigiani, antifascisti, oppositori a qualsiasi titolo.

graziani

            Chi non ricorda l’estate 1944, quando le formazioni partigiane, Autonome, Rinnovamento, Giustizia e Libertà, Garibaldi e Matteotti della nostra provincia si gonfiarono di uomini spinti dal bando Graziani del 25 maggio che comminava la pena di morte ai renitenti, di studenti che avevano appena terminato l’anno scolastico. E occuparono le valli e le colline di Langa. E ne fecero delle “zone libere” dove sperimentarono le prime forme di democrazia diretta. I politicanti che dicono che la Resistenza è comunista non sanno quello che dicono, bestemmiano! Ancora una volta sembrava che la guerra volgesse al termine, che gli alleati, liberata la Toscana, dovessero travolgere i tedeschi e arrivare nella pianura Padana. Ancora una volta i partigiani furono delusi: i tedeschi bloccarono gli anglo-americani sulla Linea Gotica e il maresciallo inglese Alexander mandò il messaggio: “tornate a casa, partigiani. La campagna d’estate è finita. Ritrovatevi in primavera.” Per fortuna i nostri partigiani non hanno dato ascolto ad Alexander. Semmai misero in atto accorgimenti – come la pianurizzazione – per non fare la fine del topo nelle valli, imbottite di tedeschi e fascisti.

            Cosa era successo? Era successo che lo sbarco della 7ª Armata americana in Provenza, tra Cannes e Tolone, avvenuto il 15 agosto, aveva talmente allarmato i nazi-fascisti da indurli a mandare molte truppe sulla displuviale delle nostre Alpi, nel timore che gli Alleati potessero screstare e invadere la pianura Padana. La nostra provincia ebbe, allora, l’amaro privilegio di essere di nuovo sulla linea del fronte (con il resto del Piemonte e della Liguria di Ponente), di ricevere un enorme afflusso di truppe che costituirono, appunto, il “fronte delle Alpi”. Arrivarono nientemeno che le divisioni tedesche 148° e 34ª di fanteria, la 5ª alpina, il reggimento da montagna Meeralpen; le unità “coscritte” della Repubblica Sociale rientrate dall’addestramento in Germania: tra esse l’intera divisione Littorio (con comando a Confreria), il battaglione Bassano della divisione Monterosa nelle valli Maira e Varaita, contingenti della divisione S. Marco al confine con la Liguria, e gruppi specializzati nella lotta antipartigiana come i Cacciatori degli Appennini, i RAU, i RAP e reparti della X MAS.

            anfiteatroFu un inverno terribile. I partigiani erano su quel retro fronte e dovevano fare i conti con quei nemici.

            Poche cose per ricordare la Resistenza della “sinistra Tanaro”, dei Roeri. Sarebbe più opportuno che di questo vi parlasse Paolo Pasquero, partigiano e custode prezioso di quella memoria. O Luciano Bertello, raffinato scrittore e storico della “23ª Brigata Canale”. A quest’ultimo, a mio avviso, per la sua sensibilità e conoscenza dei Roeri, bisognerebbe affidare una ricostruzione complessiva dei vostri “20 mesi”. Quel che è certo: qui ci fu una lotta difficile, spietata, in questo angolo della provincia percorribile in tutte le direzioni, dal Torinese all’Astigiano, dall’Albese al Braidese. Una lotta con delle sue caratteristiche che maturarono con l’esperienza. Intanto una guerra partigiana fatta dai suoi uomini, giovani e meno giovani, ma del posto. Non ci sono praticamente, qui, apporti importanti di comandanti o partigiani venuti da fuori. Anche se verso l’Astigiano operava la Brigata Matteotti “Tre confini”.

            Si comincia con i primi gruppi di antifascisti di una rete clandestina subito attiva. Gente che ha maturato da tempo le proprie idee di opposizione al fascismo ed è disposta a rischiare. E comincia infatti subito con la rischiosissima ospitalità offerta a Duccio Galimberti, seriamente ferito ad una gamba, nel gennaio 1944. Che bella figura di cittadino impegnato, questo Antonio Ferrero! E con lui i due Toso, Giuseppe e Giovanni. Con loro tutta una serie di uomini che si impegnano fin dall’inizio nell’aiutare gli sbandati dell’8 settembre, i prigionieri inglesi fuggiti dal Vercellese,a raccogliere armi e a instradare giovani verso la Resistenza. Le simpatie di Ferrero per il Partito d’Azione sono, forse, il legame che porta Duccio ferito a Canale, dove viene operato da medici conniventi o apertamente schierati con la lotta di liberazione, come il dott. Mattia Appendino e i suoi aiutanti, Cesare Denoyé e Giuseppe Toso.

            discorso-cattaneoLa primavera 1944 porta in quella zona i partigiani di Della Rocca, di Marco Lamberti, di Leonardo Cocito e dei matteottini di Gino Cattaneo. E’ la miccia che innesca la prima Resistenza organizzata, assieme ai resistenti che hanno già provato la guerra nelle valli di montagna. I bandi della Repubblica Sociale con scadenza 8 marzo e quello “Graziani” che scade il 25 maggio, inducono alla scelta quei giovani fino ad allora protetti magari dal fatto di essere ancora studenti (l’anno scolastico si era chiuso in anticipo). Poi, dopo la liberazione di Roma e lo sbarco in Normandia, la grande estate partigiana. Il già citato Giuseppe Toso diventa il comandante partigiano del “gruppo Canale”, coadiuvato da Carlo Grillane e Nino Faccenda. Girandola di colpi, cattura di tedeschi, intermediazioni ecclesiastiche e di mons. Grassi, il vescovo di Alba. Si distinguono nelle rappresaglie, negli incendi dei paesi, nelle impiccagioni, non solo i tedeschi, ma le più efferate formazioni repubblichine: Cacciatori degli Appennini  e Muti. I Roeri sono testimoni e partecipi della Resistenza di Alba e delle Langhe. Ne vivono momenti di gloria e i tragici rastrellamenti seguenti i “23 giorni della libera repubblica”. Poi l’inverno 1944-45. Tiene mirabilmente la Resistenza nella zona di Canale, ove la 23ª Brigata non cessa di essere attiva e presente. Anche qui però operano nefastamente le spie. Ostaggi, uccisioni. Un finale da incubo: briganti neri dappertutto, partigiani ridotti al minimo ma fermi nel contrastarli. Poi le ultime due battaglie, vittoriose: a Santo Stefano Roero e a Sommariva Perno. Infine la Liberazione.

            Come si può capire, anche dai sintetici accenni che faccio, la lotta partigiana non fu un “naturale” crescendo con la sicurezza di esodi scontati. La guerra partigiana ebbe fasi altalenanti, periodici rigonfiamenti di uomini e momenti di magra. Furono quei partigiani che maturarono una coscienza politica in “banda”, che ebbero più saldi principi democratici a reggere per l’intera durata dei “venti mesi” e nei momenti più disperanti. Questa è la caratteristica della guerriglia, di questo volontariato senza costrizioni, di scelte individuali, di “uomini che agiscono in quel modo, vivono quell’insolita vita, combattono e muoiono, per aver fatto una scelta di cui ciascuno porta su se stesso tutta intera la responsabilità…”, come ebbe a dire Norberto Bobbio.

            Non è dunque la maggioranza degli italiani che fece la Resistenza; fu una minoranza. Va poi aggiunto che nella scelta ci furono gradazioni diverse di partecipazione: chi ha dato tutto, chi ha rischiato molto, chi ha offerto un aiuto, chi ha parteggiato, chi è restato benevolmente a guardare, chi era neutrale. E poi ci furono quelli che si facevano gli affari propri, quelli avevano il cuore che batteva per i repubblichini e i tedeschi, quelli collaboravano coi nazifascisti, quelli che si schierarono apertamente con loro e con loro hanno combattuto. La zona grigia della popolazione, quella in mezzo alle parti, che stava a guardare, era la maggioranza.

            Ma anche la zona grigia non era immobile. Mutava atteggiamenti nel tempo, era variegata al suo interno, reagiva agli avvenimenti che obbligatoriamente la coinvolgevano con la guerra sull’uscio di casa. E questi avvenimenti erano numerosi e traumatici, toccavano direttamente o indirettamente ogni famiglia. Vi ho detto quante sono state le vittime civili dei venti mesi, quanti gli eccidi e le rappresaglie collettive. Che gli scontri armati pullulavano.

            monumentoStorici, sociologi, pensatori della politica, a partire da Piero Gobetti e Antonio Gramsci hanno definito il fascismo come l’auto-biografia della nostra nazione. Ed è ormai indubbio che ai perenni mali d’Italia, alle perenni paludi e ai ristagni di democrazia, alle geremiadi dei milioni d’italiani che “tengono famiglia”, si contrappongono delle minoranze che di tanto in tanto imprimono un sussulto, scatenano con il loro volontariato e dal basso un cambiamento. Questo si è verificato poche volte nella nostra storia: certamente nel Risorgimento e nella Resistenza. Ed è con vero orgoglio che penso a questa provincia di “bogia nen”, a questa nostra popolazione troppe volte lontana dalla politica, troppo spesso prona al potere, apparentemente disinteressata alla cosa pubblica, la quale ha avuto nella storia d’Italia i suoi sussulti al momento giusto, dai “cacciatori delle Alpi” di garibaldina memoria alla pagina della Resistenza.

            In questi giorni assistiamo all’ennesimo schifoso balletto di certi politici per appropriarsi anche del 25 aprile, senza sapere cosa è stato, solo per svuotarlo del suo vero significato. Che dire anche del “compagno” Fini il quale recita la parte del difensore della Costituzione, dei diritti e dei valori? Amici, lasciamo che Gianfranco Fini faccia il suo mestiere, ma diffidiamo di chi scopre ora l’importanza della Costituzione antifascista, dopo aver proclamato Mussolini “il più grande statista del Novecento”, dopo essere stato a Genova, durante il G.8 del 2001, nella stanza di comando dell’ordine pubblico o, meglio, del vero e istituzionale “disordine pubblico”. Ancora a anni di distanza si coprono i colpevoli e i politici che hanno quelle responsabilità e molti sono ora ai vertici delle istituzioni.

            Amici, se vogliamo uscire da questa politica falsa e compromissoria, non ci rimane che riprendere in mano il nostro destino, ricominciare a fare sentire la nostra voce, guardare a quel nostro faro che è stata la Resistenza e che è la Costituzione, purtroppo già intaccata in qualche punto. Facciamo, intanto, sentire il nostro dissenso profondo alla proposta di legge 1360, che vuole istituire “l’ordine tricolore”, ossia una legge che equipara gli assassini agli assassinati, i torturati ai torturatori, i razzisti alle vittime del razzismo. Sottoscriviamo la petizione popolare per dire no a questa legge infame, proposta da quelli che vogliono oggi appropriarsi della festa del 25 aprile.

            Ma, permettetemi: noi dobbiamo, partendo da Cuneo, ridare vigore a questa festa. Tornare a darle il suo significato più profondo, pur con i debiti aggiornamenti alla situazione attuale. Dobbiamo ogni anno dedicarla ad un tema profondamente resistenziale e antifascista, a un impegno civile, secondo la nostra tradizione fin dal dopoguerra. Propongo che, a partire da quest’anno, ad organizzarla sia designato il rinato “Comitato antifascista” e che le decisioni siano prese per tempo, non all’ultimo momento. Che se ne discuta fin dall’autunno e che le proposte siano tali da coinvolgere sempre più la cittadinanza e le giovani generazioni, con lo spirito di una provincia veramente partigiana.

            Sappiamo che la democrazia non è una conquista fatta una volta per sempre, che ha bisogno di una difesa vigile e continua. Ha bisogno della nostra attenzione, della nostra diffidenza verso le lusinghe decisioniste e le scorciatoie efficientiste. Non smobilitiamo! Scandalizziamoci e resistiamo alle cose che non vanno, alle ingiustizie piccole e grandi, non accettiamo che i valori siano calpestati e derisi. Non diciamo di “essere stufi, di non volerne più sapere”, se non vogliamo che il peggio succeda di nuovo.

            Non retrocediamo, non deleghiamo a nessun altro la nostra responsabilità di cittadini.

            Nuto Revelli scriveva, a proposito dell’ultimo dopo guerra:«La provincia di Cuneo, questa terra dove “le teste quadre solitamente sono la regola, e le teste calde l’eccezione” è di nuovo una palude. Ma in ogni villaggio, anche nel borgo più disperso, sotto la cenere la brace è ancora viva. E’ tutto qui il miracolo della nostra Resistenza, di aver seminato partigiani autentici, teste calde, e non soltanto ex combattenti rassegnati, vinti.»

            Il bilancio sul piano militare della guerra partigiana nel Cuneese è ragguardevole, tenendo presente che furono impegnate e si logorarono in una lotta senza retrovie forze tedesche e fasciste, che furono loro inflitte gravi perdite. Non bisogna tuttavia dimenticare la sproporzione tra le forze della Resistenza e le truppe tedesche anche quando queste erano ormai sull’orlo della disfatta. Né dimenticare che anche per noi vale quanto ebbe a dire il generale De Gaulle per Parigi, cioè che la capitale si era liberata da sola, “con l’aiuto dei suoi alleati”.

            paulin-e-altriLa positività della lotta di liberazione si sostanzia in effetti di successi di ben altro genere. Norberto Bobbio ebbe a dire: «Nella guerra partigiana non sono in gioco confini contestati, ma un nuovo assetto civile, non ci sono territori da difendere, ma una certa idea del vivere civile da far capire e trionfare. La guerra partigiana è una guerra nel pieno senso della parola “ideologica”. Il partigiano non è un soldato come tutti gli altri (e tanto meno un ufficiale): è prima di tutto un cittadino, se pure di una città futura.»

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aprile 27, 2009 - Posted by | Festa del XXV aprile | , ,

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